LA CODA DEL G@TTO

C'E' UN GATTO IN OGNUNO DI NOI
domenica, 08 novembre 2009

Obbedienza: un pieno di bile

19261E’ da qualche tempo che mi interrogo sul dovere dell’obbedienza.Intendo cioè la necessità di rispettare la legge e, di conseguenza, la volontà della maggioranza. Stavo per scrivere maggioranza con le virgolette, ma lasciamolo così: maggioranza, senza virgolette. Quando le persone vivono insieme bisogna darsi delle regole. Non è possibile che ciascuno faccia un po’ che cacchio vuole. Questo vale a partire dalla famiglia, il più piccolo degli agglomerati sociali, fino alle nazioni ed alle associazioni di nazioni. Se un bambino vuole fare pipì fuori dal vasino, bene o male, tutti, senza interrogarsi troppo sul motivo, cercherebbero di convincerlo a farla dentro. Se il bambino insiste, parte l’escalation che, nel caso specifico può arrivare agli schiaffoni, nel caso delle nazioni ai missili nucleari. Ora, se la maggioranza senza virgolette degli italiani decidesse che la pedofilia è cosa buona ed ammissibile e votasse una legge in tal senso, io sarei tenuto a rispettarla? Se il fine è la pace sociale, la risposta non può essere che sì: la dovrei rispettare. Ma io, a questo punto, della pace sociale me ne fotto e inizio a dare retta alla mia coscienza e dico:no, non la rispetterei e se becco uno che sta trombando una ragazzina in macchina gli faccio il mazzo tanto e poi mi nascondo per non essere beccato. Questo perché la volontà della maggioranza va bene fino a un certo punto. Va bene quando si tratta di decidere da quale parte della strada bisogna stare quando si cammina in macchina: a destra? A sinistra come gli inglesi? Mettiamoci d’accordo e facciamo tutti così. Va bene. La maggioranza senza virgolette va bene quando si deve decidere se e come spendere dei soldi, come punire chi li ruba, come investirli, come risparmiarli, come e quando andare in pensione, quante ore lavorare al giorno. Cose così. Cose facili. Cose amministrative. Eppure, purtroppo11530_a26855 o forse per fortuna, la vita non è solo questo, ma anche altro. Delle volte è necessario decidere insieme non solo quello che conviene, ma anche quello che è giusto. Allora, per trovare una soluzione si sono inventati la Costituzione che, a prescindere da tutto, dovrebbe servire per capire, in linea di massima, quello che è giusto e quello che è sbagliato. Comunque, andando a leggere la costituzione di pedofilia non si parla. Ora non ricordo, si parlerà di famiglia, di diritti dei bambini, ma certo non c’è scritto esplicitamente che i bambini non si possono trombare. Questo perché la Costituzione non è una cosa geometrica che si può misurare coi righelli e coi calibri o pesare col bilancino per vedere se una cosa ci entra o no. La Costituzione è un’aspirazione, un’idea, un’indicazione di massima che dovrebbe disporre a fare le cose giuste, ma non le può elencare ad una ad una. E’ per questo che non si può usare la Costituzione come se fosse una specie di elastico con il quale si avvolge un cartoccio di carta pieno di cacca. Ora, solo perché con l’elastico sono riuscito a chiudere il cartoccio vuol dire che la merda profuma e si può mangiare? Secondo me no. Quello che vuole la maggioranza è giusto purché rispetti la Costituzione? Ancora una volta la risposta è no e in particolar modo è no se la Costituzione viene allargata, dilatata e ripiegata per avvolgere il cartoccio di cacca che si vuol far passare per un vassoio di paste. Io dico che se la “maggioranza” degli italiani, questa volta con le cacchio di virgolette, ha deciso di spegnere il cervello e di delegare il proprio giudizio a terzi rinunciando ad esprimersi, questo va largamente aldilà delle prerogative della “maggioranza”. Questo mi priva di un diritto umano fondamentale, mi intrappola in un sistema dal quale l’unica alternativa è scappare di notte. Quando “maggioranza” e “opposizione” si mettono d’accordo per far dire alla Costituzione quello che gli fa comodo, allora io mi sento in diritto di fottermene perché per certe cose io devo rispondere solo alla mia coscienza e se gli altri non sono d’accordo sono problemi loro, non miei. Quindi ho deciso di strafottermene del fatto che la maggioranza, con o senza virgolette, ha deciso di spegnere il cervello e di coricarsi a pancia sotto in attesa che gli si faccia il servizietto. A me come vanno le cose non piace e farò in modo di sabotarle perché credo nel fioroni-giosetta-obbedienza-1969dovere della disobbedienza quando il comando non è eticamente ammissibile. Questa, ovviamente, è una battaglia individuale e, soprattutto, discreta. La maggioranza e le sue virgolette hanno la pretesa di fare i cazzi loro e, se qualcuno non è d’accordo, chiamano i carabinieri. Poi vai a spiegare che parli di disobbedienza civile, resistenza pacifica e non violenta. Sempre “sovversivo” sei. Disobbedire civilmente e resistere in maniera non violenta non è gradito (credo) e non ho intenzione di mettermi a raccontare quello che potrei fare perché chi tiene il timone ha migliaia di avvocati pronti a sostenere che pensarla diversamente è illegale e io non ho soldi per pagare altri che dicono il contrario. Ogni tanto, forse, uscirà qualcosa, ma saranno pagine di un diario personale che avranno l’unico scopo di conservare qualcosa per i miei figli. Difficilmente potrà interessare altri. Poi, se ridiventerà utile, ricominceremo da zero, come abbiamo fatto tre anni fa. Basta con i bannerini, i fotomontaggi, con le campagne web, con le riflessioni onanistiche e con l’indignazione a telecomando. Basta limitarsi a guardare Report e Travaglio, fare il pieno di bile, scrivere il post infuocato e poi dimenticare tutto dieci minuti dopo. I bei tempi dei ditalini alle vostre Mary-Jane-Fica-Rotta con le loro belle mutandine rosa, sono finiti. Ora si può scegliere di fottersene e continuare come prima, liberissimi. Dormire è più bello di camminare. Oppure si può scegliere di sabotare silenziosamente il sistema disobbedendo, opponendosi, facendo in modo che non tutto vada come previsto dalla “maggioranza” e le sue virgolette del cazzo. Io ho fatto la mia scelta, voi fate un po’ quello che volete.

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giovedì, 05 novembre 2009

Ciao Martino

3423953918_9a1f0aa739Un angelo di strada, di una strada silenziosa senza una meta. Questa strada buia senza un confine ha portato via con sé un cuore giovane con la voglia di battere ancora. Da questa strada maledetta sono volati prima di te tanti angeli destinati a ritornare in cielo, come onde che tornano in mare aperto, come sole destinato a tramontare. Ognuno di noi ha un angelo senza ali che è andato via, lasciandoci dentro un deserto, un vuoto incolmabile, affidando alla terra il suo ricordo incancellabile che rimarrà indelebile nel nostro cuore. Il ricordo che neanche la forza della disperazione riuscirà a cancellare. Saranno delle stelle che illumineranno le nostre notti, dei raggi di sole che daranno luce ai nostri giorni, delle rose che cresceranno rigogliose nel giardino della memoria e non appassiranno mai. I nostri angeli frenano il dolore, asciugando le lacrime dal volto perché anche attraverso i nostri occhi lucidi continueranno a vivere per rasserenare finanche le osse per avere la nostra gioia che la mancanza del loro sorriso non ci darà mai più. Veglieranno su di noi dall’alto, ci abbracceranno con la pioggia, ci toccheranno con il vento, ci daranno coraggio nei nostri momenti più tristi. Custodiamo la nostra sofferenza e la trasformiamo in felicità: il cielo grazie a loro è ancora più azzurro. La manderanno quaggiù su questo nostro piccolo mondo, dove si specchiano le loro ombre e dove continua la loro voglia di vivere. Adesso a ricordarci i nostri angeli sono sperdute pietre bianche profumate da fiori per farceli ricordare per sempre. Martino è il mio angelo a cui ogni notte dedico un pensiero. Se torni in questo mondo, se torni placa il pianto di chi ti aspetta e di a tutti la verità: ora c’è pace, quella che forse ti è mancata, attanagliato dagli impegni ma sempre fiero e orgoglioso di tutit noi. Niente medaglie ma ali, niente soldati né criminali da combattere ancora ma solo pace. Io so quello che hai pensato nello stesso momento in cui ha deciso di andare via. Con l’ultimo respiro che ho sentito spirare:” La morte mi ha aspettato nella camera accanto. Toccava a me quel giorno. Per voi fa male ma non è niente. E’ toccato a me ma io sono sempre io: ciò che eravamo prima uno per l’altro, lo siamo ancora. Chiamatemi col mio vecchio nome, che vi è familiare. Parlatemi nello stesso modo affettuoso che avete sempre usato. Non cambiate il tono di voce. Non assumete un’aria forzata di solennità o di tristezza. Ridete come facevate sempre. Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima, pronunciato senza enfasi, senza traccia di tristezza. La mia vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto. È la stessa di prima. C’è una continuità che non si spezza. Trascorrete questo giorno come se io fossi ancora qui tra voi e tanto già lo so che arrossirò davanti al vostro regalo ma non vi dirò nulla, perchè sono fiero ed orgoglioso di avervi intorno. Oggi come ieri, portate in voi la mia costanza e la mi fierezza: questo è il mio insegnamento. Siate forti, perchè io lo sono sempre stato.” Il tuo pensiero fioriorà anche tra l’asfalto, nei sogni dopo un pianto. Di Martino resterà sempre vivo il ricordo del suo viso tanto sereno e autoritario. La sua cortesia e la  riservatezza che lo rendevano speciale. Di Martino mancherà l’odore delle sue sigarette, il suono della sua fisarmonica, i suoi “Fiò, la Bionda, l’ordine di servizio”. Di tanto in tanto li sento ancora per quesi corridoi ed anche lontano da casa sento stringere la spalla così come quando faceva per chiedere un cosiglio che magari gli ho negato. Resta tanto rammarico per non aver condiviso con lui ancora un’altra parola e poi un’altra ed un’altra ancora. Quanti sarebbero stato i punti in comune ora. Ma ho solo queste righe.
Auguri Martino…  
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mercoledì, 04 novembre 2009

Da George Orwell alla Bibbia: i classici che fingiamo d'aver letto

fernando_botero_101_donna_che_legge_2002C'è chi dice "Proust", chi sussurra "Musil", chi ammette "Joyce", chi confessa "Tolstoj", chi ancora "Svevo", chi, a mezza voce, aggiunge "Flaubert, Eco, Pavese". E poi: quante sono le case dove non esiste una Bibbia, il libro più venduto al mondo? Poche, almeno nell'universo occidentale, ma dall'acquistarla a leggerla il passo è lunghissimo. Benvenuti nel mondo dei lettori bugiardi, anzi dei "non lettori" che citano però con sicurezza incipit e risvolti di copertina di tomi mai aperti e consumati oltre la prima pagina. Con un bel po' di cattiveria e di british humour, in vista della giornata mondiale del libro, un sondaggio inglese ha "conteggiato" quanti sono i lettori che confessano di aver mentito dicendo di aver divorato classici in realtà conosciuti soltanto per sentito dire. Una lista dell'universo del "non letto", a cominciare da "Coscienza di Zeno" di Svevo, "Madame Bovary", alcuni "capolavori italiani come "Horcynus Orca" di Stefano D'Arrigo, molto citato, quasi mai aperto". Del resto oggi la categoria più diffusa è quella del "lettore zapping", che vuole arrivare velocemente alla fine del libro, e dopo 30 pagine "tende a lasciare lì il romanzo, in un mercato editoriale che propone 160 novità al giorno, come non sentirsi spaventati da volumi che sfiorano le mille pagine?". In realtà si scopre che qualche bugia qua e là l'hanno detta un po' tutti. Tranne forse Luciana Littizzetto, che confessa "di aver abbandonato "Anna Karenina" talmente tante volte, da poterne citare a memoria l'inizio: "Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo"". Dice Littizzetto: "No, non ho mai peccato in questo senso, anzi tendo ad arrivare fino in fondo ai libri, anche a costo di indigestioni letterarie. Credo però che i lettori-mentitori siano una categoria in crescita. Del resto basta andare su Google, dare una sbirciatina, rubare qualche frase, ed ecco che si riesce a buttare lì quella citazione che ti fa passare da gran sapiente".  Si confessa invece "leggermente bugiardo" Paolo Villaggio, chelettura_e_scrittura ricorda con ironia "una sera, a casa di Alberto Moravia, mentii sostenendo di aver letto Proust, era troppo ammettere in quel salotto, tra tutti quegli intellettuali, che la Recherche mi aveva sempre annoiato in modo insopportabile, per non parlare dell'Uomo senza qualità". Anni dopo, aggiunge Villaggio, "ho mentito di nuovo spudoratamente, ma questa volta sul film di Spielberg "E. T.", sembrava davvero un delitto non averlo visto...".  E se la bugia fosse invece cultura condivisa? "A volte si mente su libri così famosi, così noti che sembra di averli letti per quanto mi riguarda sì, credo di aver detto bugie, su Proust ad esempio, mai arrivata in fondo... Mentire sui libri però, affermando di conoscerli, è sempre meglio che negare di essere appassionati di letteratura. È il paradosso che accade tra i giovani: negano di amare la lettura per non passare per secchioni".
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martedì, 03 novembre 2009

L'ora di religione

croce-thumbRicordo che quando ero al liceo l'ora di religione andava indiscutibilmente a braccetto con quella di educazione fisica, ancora ora a distanza di anni non riuscirei a trovare una differenza tra le due. E poi ricordo solo un casino pazzesco. Palline che volavano, fogliettini con "nomi, cose e città" dapertutto, radio e giornaletti di gossip che passavano tra i banchi. Religione VS Scuola. Lo scriverei su ogni Chiesa, su ogni Scuola, sulla porta di ogni Città. Prima di tutto penso non sia semplice insegnare una religione: i suoi precetti, la sua storia, i suoi dogmi. Penso sia difficile farlo al catechismo con i bambini, figuriamoci nelle scuole con i ragazzi. Il TAR del Lazio ha escluso i prof di religione dagli scrutini. Dio non dava i voti. Nemmeno Cristo mi risulta. I prof di religione invece Si. Sufficiente, Buono, Discreto... "Un voto in religione" dovrebbe essere considerato più che una blasfemità una vera e propria bestemmia. Ma soprattutto, parliamoci chiaro...che cazzo è un prof di religione? Ho lasciato la scuola da pochi anni e non da secoli, ne avrò cambiati a decine, e posso confermare con certezza che molti sono la peggior pubblicità che la religione cattolica possa avere. Già la pubblicità. Oramai anche la religione è diventata un'operazione di marketing. Un pò come le pubblicità caritatevoli dell'ottopermille e i vari "Don" che si alternano sui divanetti dei talk-show televisivi, "per diffondere la parola di Dio". Una grossa operazione di marketing. Anche la Chiesa ha una sua immagine, ma non si accorge che attualmente c'è un' esorbitante incongruenza tra la sua e quella dei prof di religione. Spesso sono giovani con idee innovative, esperti di teologia ma anche di reality, alcuni vestono solo capi firmati, altri ancora hanno piercing e forse anche qualche tatuaggio nascosto. La Chiesa è la Chiesa. Ha le sue idee, da 2000 anni. Ma i prof di religione non sono la religione-a-scuola-no-grazieChiesa. Talvolta hanno meno di 30-40 anni, sono sposati ma anche separati, sono persone che già hanno cambiato due o tre vite, e forse anche due o tre religioni. Ma la Chiesa ignora i suoi 1960-1970 anni in pìù e li difende pure. Molto probabilmente le curie vescovili li nomineranno senza nemmeno conoscerli, a stento conosceranno i loro nomi e cognomi. E poi un' ultima cosa, Cari Vescovi: se è vero che 91 studenti su 100 selgono di frequentare l'ora di religione, non considerate i restanti 9 come quelli laici o quelli atei, i restanti 9 saranno quei soliti ultrabocciati che pur di non stare in classe rinnegherebbero persino la parola dei propri genitori, figuriamoci quella di Dio. O quella dei prof di religione, ovvio.
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categorie: sette vite
domenica, 01 novembre 2009

I giorni dell'abbandono

Il titolo è suggestivo, mai ingiustificato, appena un pò simbolico, nessun riferimento, solo un'introspettiva.
Series-LMirando il sole, Apollo rapirà le tue ali e allora nel suo abbandono estinguerai
Icaro

 
I giorni dell'abbandono sono quelli che credevo aver già vissuto, quando con la valigia in mano ti allontani da casa, abitudini e amici per andare ad inseguire i propri sogni. Durante quel viaggio guardi fuori dal finestrino e si ha un bel dire sulla quella persona non c'è mai che non occupa il posto vuoto accanto al tuo, che ha un carattere difficile da gestire e che magari si finirebbe a litigare se fosse lì su quel treno. Ci sono solo diverse persone con cui vivo e che “vivo” quotidianamente, nel bene e nel male, da quando mi sono incamminato per la mia strada. I giorni dell'abbandono sono anche quelli in cui ti rendi conto che vali un pochino troppo per certe persone. E alla fine è solo una delusione, non fa nemmeno male, altrimenti non troveresti così divertenti i commenti della mia amica più sarcastica “sounds like a winner”.
binariSono i giorni in cui si confondono i ricordi, i rimorsi e i ricorsi, convincendosi che in fondo non tutto è crollato per propria colpa. "E tu? E Io? Anche tu hai sbagliato, anche tu non hai accettato. Io ho sbagliato ma tu?" Mea culpa, mea disculpa. Un mix di talento introspettivo e avvocatura violenta in propria difesa, tanto che è sempre il male a venirne fuori. Alzo il viso dalle mani, ore bagnate di sudore per l'ira dei pugni in aria e dalle lacrime per il lamento del cuore, e penso che domani, da solo, forse andrà meglio ma ieri...ieri non è finito: il ricordo assale e punge, sfugge dalle mani sudate e lo si caccia per le bestemmie, lo si cerca, si afferra forte, insaporito per un amore ritrovato e affogato per il male finora provato.  Sono anche i giorni, poi, in cui anche si abbandona l'idea di far funzionare delle cose solo con l'impegno e la buona volontà, ché non sempre basta. Sono i giorni in cui si vede che gli equilibri cambiano, che la gente parte e va a vivere altrove e tu non puoi farci niente, che la vita cambia e tu non hai un controllo molto relativo sulle cose. E allora abbandoni i soliti modi di fare e di pensare e cominci ad affrontare un problema alla volta man mano che si presenta. Si rinuncia ad affannarsi perché, tanto, non si è nelle condizioni di fare programmi a lungo termine compresi tra i cinque minuti e una settimana. In quei giorni non si può prendere fiato e solo di domenica, per antonomasia giorno dedicato al ricordo affogato e affondato sul divano dell’ozio, mai sidilogos1bu aspett così con ansia l’apnea del lunedi. Il weekend è una specie di hangover, un post-sbornia senza aver bevuto, la testa pesante, i pensieri per la testa e il sonno da recuperare. Nei giorni dell'abbandono ci sono anche io, abbastanza diverso da prima e abbastanza soddisfatto di me stesso. Non so ancora rispondere alla fatidica domanda: “Cosa vuoi fare da grande?”. Non sono sicuro di quali sogni ci siano nel cassetto, devono essere finiti in fondo. Se apro e ci guardo dentro, nel cassetto ci sono le domande. Sono lì dentro così non mi danno noia mentre faccio le cose serie. Ogni tanto, se è il caso, do una sbirciatina. Prendo fiato e ricomincio dal lunedì con due parole: quieto e quietamente. Due parole. Du parole sparse nel corso delle mie giornate e in mezzo la tragedia dell’abbandono. Il pretesto e l’occasione per porsi nuovi interrogativi e riguardarsi come coppia, ma soprattutto come uomo. E’ vero sono andato via in un tempo di maledetto silenzio semplicemente perché forse, come mi era già successo alcuni anni prima, mi è venuto «un improvviso senso di vuoto dei miei sensi». Semplicemente perché forse tutto quello che sembrava accettabile e sopportabile il giorno prima, è divenuto improvvisamente invivibile, contro natura. Una natura di cui troppo spesso ci si è dimenticati, pensando che quella che si stava vivendo fosse l’unica felicità possibile. Fino al momento in cui non si ha più paura della paura di lasciarsi e finchè una ragionevole follia si impadronisce di noi per farci partire. Senza troppe spiegazioni: i miei giorni dell’abbandono fanno rima con intimità, perchè si assiste alla lunga notte di dubbi di 051un uomo che pensa di lasciare casa e lavoro e partire lontano da questo ambiente asettico, fatto di toni meditati e mai di fretta dove imparare a contenere emozioni e sentimenti. Parole non dette, ritirate. Mai urlate. Come appunto in questi giorni di silenzio. Dovevo forse risvegliarmi ed ascoltare quel silenzio di quelle parole non pronunciate? A quali frasi avevo rinunciato mentre me ne dicevi altre? Quelle parole che si trasformano in bocca mentre le pronunciavi, forse. Quale affinità veramente ci lega? Potessi truccarmi,  travestirmi, indossare come un attore gli abiti che gli altri vogliono che indossi. E allora con un rossetto che non mi si addice, con gesti sfrontati che non mi appartengono, con una violenza di cui tu stessa ti stupisce, questo clown assiste al progressivo recupero della normalità, della quiete, passando per la rabbia e recuperando le sue origini, quell’ancestralità della sua persona con tutto l’impeto e la passione che aveva dimenticato.
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sabato, 31 ottobre 2009

Maledetto sentimento

Miss_you_by_schwarzmaehneQuante volte mi hanno domandato: “Come si fa a guarire di mal d’amore, smettere di soffrire se ti se sei innamorato e non vieni ricambiato? “Per rispondere ricordiamo che noi ci innamoriamo quando, stanchi del nostro attuale modo di essere, vogliamo realizzare altre nostre potenzialità e siamo pronti a ricominciare da capo. Allora ci innamoriamo di una persona che ci fa intravvedere la nuova futura possibile vita. Così si accende il processo di “stato nascente“ in cui noi trasfiguriamo tanto il mondo che la persona amata. Sentiamo di avere un’affinità profonda, metafisica con lei e viviamo il nostro amore come qualcosa che contribuisce all’armonia del mondo, alla perfezione stessa del cosmo. Perciò se chi amiamo ci dice di no, ci rifiuta, non riusciamo a capire, ci sembra qualcosa di assurdo, ma non sul piano psicologico, sul piano della struttura costitutiva dell’essere. È un assurdo, un vuoto che ci portiamo dentro per anni. E che può essere riempito definitivamente solo con un altro innamoramento ricambiato. Ma allora non c’è nulla da fare contro il male d’amore? No. No perche, nello “stato nascente”, noi stavamo mutando, e le energie che volevano creare una nuova vita sono bloccate, ma ancora presenti. Non possiamo realizzare una coppia amorosa, ma possiamo orientarle verso un altra meta. La terapia dell’innamoramento frustrato è una nuova attività creativa. Goethe si era innamorato di Charlotte Buff e, quando la ragazza ha sposato un altro, ha pensato al suicidio. Però,anziché suicidarsi, ha scritto il romanzo I dolori del giovane Werther, in cui un giovane si innamora, di una ragazza che (guarda caso) si chiama Charlotte e quando lei sposa un altro, si suicida. Goethe invece si salva. Un altro esempio: nel 1883 Nietzsche si innamora di Lou Salomé, vuol sposarla ma lei lo respinge. È sconvolto, fugge, ha degli incubi, è disperato. Ma non si suicida, scrive di getto, in pochi giorni, un'opera straordinaria: Così parlò Zarathustra. Concludendo, per guarire da un innamoramento deluso, la terapia efficace sta nel continuare il processo di trasformazione già iniziato. Anzi, nell’accelerare il cambiamento esplorando nuove strade. Soprattutto impegnandosi in un grande compito che richieda lotta, lavoro, energia e creatività. Solo così le forze liberate dall’innamoramento possono incanalarsi in un nuovo progetto. E la nostalgia, il dolore, la rabbia, la volontà di riscatto o di vendetta diventano potenze costruttive.
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giovedì, 29 ottobre 2009

Le tue ultime parole...

untitleddLa notte ti porta consiglio: "magari domani stai meglio". Ed ogni cosa ti sembra cambiata ma forse tu non l'avevi osservata. Il cielo col buio è un presepe, le case diventano piccole ed io che non riesco a mostrare emozioni ed io che non riesco più a piangere. Mi sono messa la maglietta rossa quella dell'ultima volta, quando mi hai detto noi dobbiamo parlare e tutto il mondo è cominciato a tremare. "L'amore è una cosa da niente non è come ti fanno credere". Ed io che non riesco a sentire emozioni ed io che non riesco più a ridere. Senza andata né ritorno, io consumo un'altro giorno confinandomi di niente tanto il niente è quello che hai lasciato dietro te. Senza andata né ritorno! Sto sprecando un'altro giorno in più per vivere e ricominciare per sognare un cielo azzurro all'orizzonte senza nuvole. La notte si deve dormire ed ogni pensiero mi serve a chiarire se la tua vita ti appare diversa magari sei tu che non sei più lo stesso. Il cielo col buio è uno specchio, le case diventano lucciole ed io che non riesco a mostrare emozioni ed io che non riesco più a ......

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giovedì, 29 ottobre 2009

La coscienza di chi crede di non credere

dde105dd18bf26f6142f96808dd833e6Bisogna ammettere che nel cuore di ciascuno di noi si nasconde una zona oscura perché, anche se non ci piace, il male è parte sostanziale della nostra vita. E’ facile prodursi in sofismi quando si parla di bene e male. Anche io, lo ammetto, mi sono spesso baloccato sulla impalpabile linea di confine che separa (separa?) la luce dalla tenebra. In realtà, se per un attimo si vuole smettere di essere relativisti e politicamente corretti, è possibile orientarsi, almeno a spanne, tra ciò che è giusto o che è sbagliato. Per me è giusto non uccidere, non privare altre persone dei loro mezzi di sostentamento, non spogliarle dei loro averi o impadronirsi della loro casa. Per me è buono amare e proteggere i bambini e chi non è in grado di provvedere da solo al proprio sostentamento. Certo, lo faccio con un occhio speciale per chi mi è contiguo per sangue o per scelta, ma credo sia giusto avere trasporto anche per chi non conosco. Per me è bene dare un’opportunità a chiunque si ponga onestamente e pacificamente a prescindere dal colore della sua pelle e dalla sua religione. Per me è bello pensare che conoscere altre persone e condividere con loro il brevissimo tratto di luce che ci è dato di percorrere sia una generosa opportunità. Per me è sbagliato uccidere, derubare o maltrattare. Per me è ingiusto pensare che esistano razze o religioni migliori di altre. Per me è bestiale allontanare le persone perché malate mentalmente. Per me è male assoluto, totale ed incomprensibile schiacciare le teste dei bambini sotto gli stivali, raccogliere le loro scarpine ed i loro abitini e distribuirli ad altri bambini come se nulla fosse. Eppure … eppure, tutto questo è accaduto e sicuramente accade ancora. Ciò vuol dire che il seme del male è profondamente piantato in ciascuno di noi e la sua pianta malata è pronta a svilupparsi alla prima occasione. Io non mi sento innocente di fronte a queste gravissime colpe. Io mi sento responsabile per ciò che feci, faccio e, soprattutto, per quello che non ho fatto. Chiamo questo il mio peccato originale. La versione solida e laica della colpa impalpabile che ha cercato di imporre la cultura cattolica. Questa colpa, proprio perché è terribile sostanza, non è possibile lavarla con l’acqua fresca del battesimo e mi tormenta senza remissione. Spero, col tempo, di capire infine quale è sia la mia funzione e come posso, almeno in parte, emendarmi da questa macchia. E’ un percorso duro. Dopo anni mi ha sfiancato e sto perdendo la speranza di essere utile a qualcosa. Per chi come me non crede di credere la strada verso quello che credo sia un paradiso è lunga, tortuosa e, probabilmente, finisce in un vicolo cieco.

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mercoledì, 28 ottobre 2009

Avevo fatto tredici...

 
Navigavo nei mari della rete quando sono letteralemnte affondato: non volevo crederci che nell’ultimo concorso del Totocalcio, basato sulle partite di qualificazione ad Euro 2008, chi ha fatto tredici ha vinto la bellezza di euro… ZERO! Il regolamento prevede, infatti, che sotto la soglia dell’euro le vincite concorrano a formare il montepremi successivo.  E così, dopo una lunga e lenta agonia, possiamo tristemente decretare la morte di ciò che è stato il sogno per milioni di italiani dal dopoguerra fino quasi alla fine del secolo scorso. E’ infatti datata 1997 la nascita del killer del Totocalcio, ovvero di quel gioco senz’anima e dal nome orribile che corrisponde al Superenalotto. L’illusione di vincere premi da decine di miliardi delle vecchie lire e l’ebbrezza della novità hanno, a poco a poco, spostato la gran massa di giocatori verso questo gioco, cosa che ha scatenato un effetto domino negativo da una parte (premi sempre più bassi per i 13) e positivo dall’altra (un montepremi sempre più alto per il Superenalotto). Ormai è andata letteralmente in disuso la locuzione idiomatica “fare tredici” e sentirlo dire rievoca tempi lontani.Eppure il Totocalcio aveva un fascino che nessun concorso a premi potrà mai eguagliare. Compilare una colonna con i simboli 1×2 era un rituale che poteva portar via molto tempo, accendendo discussioni tecnico-tattiche nei bar, alimentando improbabili soffiate, costringendo gli scommettitori a consultare giornali e bollettini medici alla ricerca di questa o quell’informazione, decisive per il risultato finale. Un perfetto miscuglio di abilità, conoscenza e fortuna, ecco gli ingredienti per fare 13. E come non ricordare, poi, l’emozione di vivere 90 minuti con il fiato sospeso, ascoltando alla radio “Tutto il calcio minuto per minuto“? Milioni di tifosi con un orecchio alla propria squadra del cuore e con l’altro a tutti gli altri campi, perfino a quelli delle serie minori C1 e C2, in attesa di un risultato che non arrivava mai. Adesso, invece, si entra in ricevitoria con la stessa schedina pre-compilata 6 mesi fa, la si porge al gestore, si ritira il foglietto, si paga e si va via. Un’operazione da 1 minuto, fredda come pagare la bolletta del gas… anzi più fredda, perchè magari quel mese il gas è rincarato e, dentro di te, ti incazzi perchè stai pagando più del bimestre precedente. E poi oggi che è mercoledì c'è il campionato! Ma quando mai i vari Baresi, Schillaci, Baggio sono scesi in campo di mercoledì...Hanno provato a render spettacolare, con la diretta sulla Rai, un’estrazione di 50 palline che di entusiasmante non ha nulla se non per lo Stato, il quale incassa decine di milioni di euro illudendo le persone con premi statisticamente inarrivabili. Una remota possibilità su 622 milioni di combinazioni per vincere al Superenalotto, una palpabile speranza su 1,5 milioni di colonne per fare 13. Avete capito cosa ci hanno portato via?
schedina_totocalcio
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categorie: vita da gatti, cuore di gatto
martedì, 27 ottobre 2009

Cristo chi è?

mamma_anziana1Cristo è al capezzale della madre, o almeno di quello che ne è rimasto. La donna ha una pompa che la fa respirare e due flebo infilate nelle braccia. Le macchine che la tengono in vita ronzano ritmicamente. Cristo la gira delicatamente per far circolare il sangue e si chiede dove sia finito tutto l’amore e tutta la tenerezza che quel corpo è stato in grado di donargli. Ora che lei  non parla più e che i suoi occhi sono chiusi da settimane,  gli sembra che lei, invece di morire una sola volta, muoia di nuovo ogni giorno. Allora inizia a sperare che finisca presto e che anche quel corpo si spenga come si è spenta lei. Poi, mentre si china per aggiustare il cuscino, sente l’odore della sua pelle che, nonostante tutto, è rimasto lo stesso. Allora, in un attimo, il tempo trascorso si annulla e lei è di nuovo in casa a fare i mestieri cantando con voce leggera mentre lui ha il naso premuto ai vetri della finestra. A Cristo scappa una lacrima che cade sul viso della donna. Lui poggia la fronte sulle sue labbra e lascia che lei lo baci ancora una volta.
SoldatoIsraelianoCristo ha l’elmetto in testa e una stella di Davide disegnata sul giubbotto. Tra le mani ha un fucile e guarda una bambina con gli occhi neri ed un pupazzo in braccio. La bambina ha paura ma è curiosa. Cerca di guardarlo ma se lui se ne accorge abbassa gli occhi. Cristo è stanco. Sono ore che è in piedi e ha fumato cento sigarette. La bimba lo guarda di nuovo e lui tira fuori la lingua. La bambina ride e il suo sorriso brilla in quel viso scuro. Cristo la guarda e sente uno strano calore nel petto.  Lui nella guerra ci credeva. Ora è sicuro che è una falsità assoluta. Vuole solo che finisca il prima possibile.
extracomunitariCristo è seduto di fronte al computer e beve una red bull. Anche oggi ha passato un bel po’ di tempo a cercare lavoro e gli occhi gli bruciano per la fatica. Sono mesi che si trascina da un posto all’altro e il suo tempo non vale piu’ nulla. Suo padre alla sua età aveva già due bambini. A lui sembra di non essere mai diventato uomo. Ha smesso di fumare. Agli altri dice che lo ha fatto perché fumare fa male. A lui faceva più male chiedere al padre i soldi per le sigarette. Ieri ha visto un suo vecchio compagno di scuola. E’ uno che è entrato nel giro e adesso si è piazzato. Raccoglie extracomunitari e li porta a lavorare in campagna. Gli toglie un terzo di quello che prendono. Gli ha chiesto se gli andrebbe di dargli una mano. Cristo beve un altro sorso e si ferma un attimo a pensare, poi riabbassa gli occhi sul computer e si mette a cercare di nuovo. files
Cristo è una ragazza russa. Ha gli occhi celesti e il viso di porcellana. E’ venuta in questo paese per fare l’attrice. Ora batte sulle strade. Ha conosciuto il corpo di migliaia di uomini e ormai sa che ha perso la strada di casa per sempre. Non crede più in nulla e ha dimenticato il viso dei suoi genitori. Ora sta ascoltando un ragazzo che l’ha caricata e non è riuscito a fare l’amore con lei. Lui le dice cha la sua fidanzata l’ha lasciato e si sente malissimo. Lo dice con infinita tristezza. Cristo capisce che questo è amore e prova pietà per questo ragazzo. Prima di scendere lo bacia con dolcezza sulla guancia e dice una piccola preghiera per lui.
barboneCristo è un barbone. E’ steso su un mucchio di cartoni e sente un peso enorme sul petto. Ha i calzoni bagnati di piscio e la bocca piena di vomito. E’ notte. In strada non c’è nessuno e lui non riesce a gridare per chiedere aiuto. Mentre i brividi gli scuotono il corpo lui non ha più paura. Ora sta per andarsene. Lo hanno picchiato, cacciato e nessuno ha mai fatto veramente nulla per lui. Eppure non odia nessuno e sente che, ovunque stia per andare, non può essere peggio di qui. Quando Cristo chiude gli occhi è sereno. L’ultima cosa che sente è una sottilissima pioggia primaverile che bagna il suo viso disteso.Pieta-Michelangelo
Cristo è un operaio che torna a casa, sapendo che oggi è finito in cassa integrazione. Apre la porta di casa e a trovarlo c'è Maria che guarda le sue mani bucate dai chiodi del suo lavoro, sporche di sangue e polvere, e sa che a cena abbasserà la testa davanti la notizia del figlio: la pietà di Maria lo reggerà sulle gambe come quando da bambino correva a nascondersi dietro la sua gonna. Questa volta è diverso...Cristo rinnegherà tre volte il suo nome. Cristo è anche qui nelle bestemmie di una vita che sperava fosse migliore e invece è cruda come la croce.
  
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categorie: sette vite, vita da gatti
lunedì, 26 ottobre 2009

L'abito del monaco

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L'apparenza inganna, l’abito non fa il monaco. Proverbi stupidi che invitano alla pigrizia perche tutto ciò che noi siamo si oggettiva all’esterno. I nostri sentimenti, inostri valori, i nostri vizi, le nostre virtù si stampano nel nostro volto,nei nostri gesti, nel nostro linguaggio, nel nostro abbigliamento, nelle cose che leggiamo o non leggiamo, nell’arrendamento della casa, dell’ufficio, nella scelta dei nostri amici, dei nostri collaboratori. Noi siamo dei libri aperti. Ma la gente o ha gli occhi chiusi, o non sa leggere o non lo legge con attenzione. I grandi investigatori sono capaci di cogliere sfumature insignificanti, capiscono se uno è il gregario o il capo di una organizzazione malavitosa. Anche i grandi registi, i grandi scrittori sono abituati ad osservare e, con pochi particolari, sanno tratteggiarti un personaggio. Ma anche noi possiamo farlo con un po’ di attenzione. Ci si presenta un uomo elegante, vivace, si offre di aiutarìci. Lo cerchiamo nella sua impresa e risponde una centralinista sgraziata, ci passa un numero dove non risponde nessuno Guardiamo la sua Home Page su Internet, è caotica, disordinata. Ci basta. Inoltre la gente si tradisce sempre. Basta avere pazienza e ricordare cosa si è visto o sentito. A volte per capire se uno vi farà sbagliare basta dare ascolto a un senso di disagio interiore, ad un dubbio che vi ha afferrato mentre faceva la sua proposta. A volte basta ricordare un frammento di conversazione udito per caso. Ricordo il caso di una signora affascinante di cui ero ospite a cena. Passando mi è capitato di sentirla parlare al telefono non so con chi. Vomitava minacce e oscenità; con tale furia, con tale odio da fare paura. Per sapere di più di una persona fatela parlare, datele corda, guardatela negli occhi e fate cenno di si con la testa come si foste affascinato e d’accordo. Poi ponete domande, chiedete chiarimenti dandole l’impressione di complicità. Faceva così l’avvocato Gianni Agnelli. È il metodo usato dall’investigatore Poirot nei libri di Agatha Christie.
apparenza_inganna
Non fatevi trarre in inganno dagli stereotipi, dai pregiudizi.
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categorie: vita da gatti
domenica, 25 ottobre 2009

Come Dorian Gray: un alibi per i nostri peccati

PortraitOfDorianGrayAprire la pagina bianca e scrivere di qualcosa che abbia significato diventa ogni giorno più difficile. Per la prima volta, stamattina, questo spazio lattiginoso mi ha fatto paura perché ogni cosa che avrei potuto usare per riempirlo mi sembrava inutile, superflua, noiosa. La verità è che la gran parte degli uomini nasce idealista, convinta di poter dare un fattivo contributo al cambiamento delle cose, gravida di quel desiderio di fecondità del bene che ogni anima giovane o almeno la gran parte delle anime giovani, detiene come gioioso patrimonio naturale.Poi, la vita e soprattutto l’esperienza, impongono drastici ridimensionamenti e, se un uomo non riesce a trattenerne almeno una piccola parte, questo spirito svanisce dolorosamente lasciando corpo e mente per la prima volta veramente vecchi e abbandonati ad una rancorosa e cinica solitudine per la quale l’unica vera cura è la dipartita. Personalmente sto affrontando una mia personale ed intima lotta per trattenere ancora dentro di me quello spirto guerrier ch’entro mi rugge, se è ancora lecito citare Foscolo. E’ una lotta difficile perché ormai sono convinto che il male che affligge il mio paese è sistemico e per essere sconfitto richiede un’energia che io, non so se per età o per motivazione,  sento di non possedere nella necessaria intensità. Molti si adagiano sulla consolante convinzione che il male e la decadenza morale della nostra nazione abbiano un nome e cognome. Io, personalmente, non ne sono più convinto. Quando verranno meno i capri espiatori per scelta nostra o loro o per capriccio del destino, saremo obbligati a guardarci finalmente allo specchio e, privi della comoda foglia di fico, saremo costretti ad osservare la miseria delle nostre pudenda. Ad esempio: Silvio Berlusconi. E’ un alibi per tutti noi perché con il suo comportamento ci fa sentire migliori. Prima dice e poi rinnega, poi, magari, tira fuori i facinorosii soliti facinorosi. Di fronte ai suoi, i nostri peccati sembrano veniali, la nostra cupidigia impallidisce, la nostra malizia da "novella 2000" e il nostro narcisismo s'abbattono, narcisosi1il nostro razzismo diventa leggera intolleranza. Silvio è anche la giustificazione per un’opposizione politica evanescente, populista, priva di qualsiasi essenza rinnovatrice, perché è facile apparire migliori del solito Silvio. Basta rimanere seduti a chiacchierare pacatamente e criticamente o sventolare la forca giustizialista. Non è necessario nient’altro, nessun progetto, nessuna proposta, nessuna facondia o fecondità intellettuale.Noi usiamo Silvio come Dorian Gray usava il suo ritratto e quando lui non ci sarà più, sarà il nostro corpo a dover sopportare il carico di nefandezze che attualmente si disegna sul suo viso inutilmente ricostruito. Vi voglio lasciare con due piccoli esempi del male che ci consuma dentro e … leggevi Oscar Wilde.
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categorie: sette vite, vita da gatti
sabato, 24 ottobre 2009

Snob da reality snobbati

realityLunedì si apre il Grande Fratello … la decima edizione (!!!) e qualche giorno fa andava in onda  X-Factor e mi dicono che la Fattoria/la Tribù/il Borbello è stato cancellato. In totale tre reality show dei quali non ho visto negli ultimi anni una sola puntata, ma nemmeno per sbaglio….Si vabbè…la maggiorata milanese a parte: quella non si "deve" evitarla! Ora, io so che ci sono cose più interessanti da sapere, ma vi assicuro c’è stato un tempo in cui i reality io non li escludevo così a priori. Ad esempio ho visto le prime tre edizioni del GF quasi integralmente, ho visto qualcosina della prima edizione della Fattoria, ho tifato per Kabir Bedhi all’Isola dei Famosi, sono capitato quasi per caso sulla precedente edizione di X-Factor. Invece da un paio d’anni niente. Buio totale. Vuoto. Non seguo, non mi interesso. Non guardo i reality degli sconosciuti e mi condanno a non sapere chi saranno i vip dei reality successivi. Non guardo i reality con i vip e mi condanno a non sapere chi farà le ospitate nelle discoteche nelle estati successive. E per questo sono qui a chiedermi: sto diventando snob? Oppure ero più snob prima quando guardavo i reality vedendoli con lo spirito dell’antropologo e sentendomi comunque diverso dal pubblico al quale si riferivano? Mi sto atteggiando ad intellettuale? Oppure gli intellettuali di oggi sanno tutto sul televoto e sulle litigate tra Corona e Baldini? Insomma, mi sto salvando dal rincoglionimento generale? Oppure diventerò uno di quelli che il paese non lo capisce perché non è al corrente di quali sono i veri miti e modelli di riferimento delle masse? Qualsiasi aiuto nel dirimere questi dilanianti dubbi è gradito. Non vorrei ritrovarmi in un futuro a cercare di recuperare terreno guardando Uomini e Donne.
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categorie: vita da gatti
giovedì, 22 ottobre 2009

Non ci sono più gli anziani di una volta ... II atto

VecchioUn tempo ero convinto che gli esseri umani con il passare degli anni diventassero più saggi e, arrivati alla vecchiaia - vecchio per me è un sessantenne - avessero perso tutte le passioni, le intemperanze della giovinezza e, come dice il linguaggio corrente, raggiunta la pace dei sensi. Si, avevo visto alcuni professori più anziani arrabbiarsi con noi studenti, ma le giudicavo una collera paterna volta a acorreggere un nostro errore.  E forse è stata la vicinanza ad alcuni grandi vecchi a rafforzare in me l’idea che la vecchiaia fosse sinonimo di saggezza, perché questi erano veramente saggi e alcuni di loro anche molto generosi. Aggiungimoci l’iconografia popolare del nonno che gioca con i nipoti o del pensionato che passa il suo tempo sereno pescando. Ho cambiato la mia immagine del vecchio come un individuo pacificato col mondo, non competitivo con i suoi pari, paterno con i giovani senza più ambizioni ed invidie soltanto quando mi sono trovato di fronte ad alcuni comportamenti inattesi e sconcertanti. Accanto allo studio, mi è sempre piaciuto svolgere attività organizzative, inventare nuove istituzioni, e di solito, il professore più anziano me lo faceva dirigere. Ma quella volta no, mi creava continui impedimenti, si opponeva alle decisioni più ovvie. Ed io non capivo perché, finche alcuni amici non me l’hanno spiegato. “Ma guarda che ti odia, tu lo metti in ombra, si rode di invidia, se potesse ti ammazzerebbe“. Allora ho capito: ero entrato nella vita di questo pacifico signore, gli avevo creato attorno una cosa grandiosa ma la gente continuava a parlare di me, non di lui. Sarebbe stata sua solo se io fossi sparito. E dopo questa esperienza un'altra ancora più drammatica: questa volta il grande vecchio di cui mi fidavo non mi perdonava di aver superato la sua notorietà. Da allora ho incominciato ad osservare il comportamento di tutti e mi sono accorto che alcune persone, diventando anziane diventano anche diventano megalomani, vogliono essere sempre in vista,in primo piano. Altre si rodono di invidia per una onorificenza, altri accumulano denaro come se dovessero vivere in eterno, altri invidiano i giovani e li ostacolano. Inoltre non è affatto vero che hanno ragiunto la pace dei sensi. Eppure detto questo devo aggiungere che ho incontrato altrettanti anziani che continuano ad essere creativi, infaticabili, e che sono diventati saggi, generosi come i miei vecchi maestri vecchi. E sono giunto ad un conclusione: che ciascuno è rimasto profondamente come era prima. Come era forse già da bambino, poi da adolescente, poi da adulto, e che l’età ha solo fatto emergere le sue qualità più profonde. Ha rivelato le piccinerie, i difetti, i vizi che prima teneva accuratamente nascosti. Ed ha fatto emergere le virtù che prima si esprimevano come slancio, invenzione, capacità di spendersi per gli altri.
Non ci sono più gli anziani di una volta ... I atto
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categorie: sette vite, vita da gatti
martedì, 20 ottobre 2009

Lettera ad una donna che rinasce

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Più dei giardini che mi descrivi, la cosa meravigliosa in assoluto è la donna in rinascita. Quando si rimette in piedi, dopo la catastrofe, dopo una caduta, si è pronti a dire “è finita”. No, finita mai, non per te. Una donna si rialza sempre anche quando non ci crede anche se non lo vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina antiuomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te in questo periodo non finisce più, che stai giocando l’esistenza con un impegno difficile, che ogni mattina hai un esame peggio che all’università, che guardi fuori dalla finestra e non vedi il campanile della tua chiesa. Tu, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà, deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno e questo noviziato non finisce mai e sei tu che lo fai durare. Parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci con i tuoi pensieri. C’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare o che devi tu cambiare per tenerlo stretto e così stai coltivando la solitudine dentro quella conscienza che stai chiamando casa tanto che quella vera ora è lontana. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con gli abitanti della tua "casa": “io sto bene così, sto meglio così”. E quel cielo che non è tuo si abbassa di un altro palmo. Quelle stesse parole chissà quante volte le hai ripetute. Ma ora è diverso ci butti dentro l’anima ed è passato tanto di quel tempo da l’ultima volta che lo hai fatto che un giorno comincerai a cercarti dentro allo specchio, perché non sai più chi sei diventata. Comunque sia andata, ora sei qui... o lì, dipende solo attraverso quale specchio guardare. E so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta. Nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine ed è stata crisi. E hai pianto tutta la sorgente d’acqua che ristagnava nello stomaco. Haio buttato giù le lacrime che poco prima erano l’ennesimo singhiozzo del boccone amaro che gli altri malamente ti servivano. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, affogata sul cuscino. E poi hai raschiato il fondo dell'anima  fino a trovare la tua coscienza amica per capire, per tirare fuori una radice che desse un senso al tuo dolore: “perché faccio così?” se lo sono chiesto tutte le tue lacrime. E allora vai giù con la ruspa nella storia, a due, quattro mani nel tuo recente passato e saltano fuori migliaia di tasselli di un puzzle inestricabile che è la tua vita. Ecco, è qui che inizia tutto: non lo sapevi? E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così scomposta in mille coriandoli che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque e io ti ho vista mille volta alzarti da terra con le ginocchia sbucciate. Hai dentro un istinto che ti trascinerà sempre avanti: quell'istinto che si vede nelle tue lacrime che solcano il tuo viso impolverato nella caduta e nei denti stretti che chiudono il dolore nella bocca fino a darti quella tua unica forza che è la mano che stringe la tua mano per risalire.  Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova “te”, perché ti è toccato di conoscerti di nuovo e di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima, prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti riconosci allo specchio? Rivedi la tua coscienza? Ti avvincerà lentamente innamorarsi di nuovo di se stessi. Devi insistere ma quando vai in corsa non ti fermerà nessuno. E’ un’avventura ricostruire sè stessi, la più grande e più dura. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio dei tuoi capelli. Ti ho sempre adorato ma mai come in questi giorni. Le donne in rinascita hanno questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono vedere e capire dal tuo viso “attenti, cantiere è aperto: sto lavorando per me". Più dell’ alba una donna in rinascita è la più grande meraviglia per chi la incontra e per se stessa. Io ora ti vedo dall’altra parte di una tastiera lontana da casa con la tua aura da piccina impaurita. Sei raggiante e il tuo sorriso non mente tanto che sei forte. Sei fiera ma non me lo dimostri, perchè in fondo sei così: non avresti pari e concorrenti  se solo mostrassi al mondo la reale tua natura. Un po’ spaesata e poco presa: il modo migliore di confondersi tra noi.  Io posso solo che ammirarti e nascondere la lacrima di ammirazione. Rinasci aria, fiorisci quercia, diventa sasso.
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categorie: cuore di gatto
domenica, 18 ottobre 2009

Ama il tuo nemico .... tutti sicuri?!

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Noi siamo cresciuti in una società che ha come modello morale il Vangelo con i valori del Discorso della montagna: "beati i poveri di spirito, i miti, coloro che piangono, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici,i perseguitati a causa della giustizia." A questi cui vanno aggiunti i comandamenti: "ama il prossimo tuo come te stesso" e "ama il tuo nemico". Se li sono ripetuti i nostri antenati per due millenni pur sapendo che non avrebbero mai potuto essere applicati che in minima parte, esasperati dalla cieca conoscenza che nell’Europa cristiana non c’è stata gente migliore che in altre civiltà. Come altrove vi sono vissuti uomini miti e uomini crudeli, umili e superbi, generosi o avidi. Vi sono state ingiustizie, malvagità e guerre. Però quasi tutti nel fondo del proprio animo sapevano che l’unica vera morale è quella dell’amore e che ogni volta che la infrangi e cadi in preda all’avidità, all’egoismo e all’odio stai sbagliando. La morale cristiana dell’amore è stato il lievito profondo del pensiero morale laico dell’occidente anche in epoca moderna. Essa sta dietro l’imperativo categorico di Kant, dietro la condanna della tortura e della pena di morte di Cesare Beccarla, dietro Il trattato delle virtù di Jankèlevitc, dietro la teoria della giustizia di Rowls. Tutti sanno che la morale evangelica dell’amore non è realizzabile nella sua interezza, ma costituisce una meta, un punto luminoso da cercare in continuazione con una perenne revisione dei nostri atti e delle regole di comportamento, verso un perfezionamento infinito. Freud era profondamente turbato dal comandamento di "amare il proprio nemico" e si domandava per quale profondo motivo, per quale terribile ragione fosse stato fatto: "Mi sembra di udire una voce grave - scrive - che mi ammonisce: proprio perchè il tuo prossimo non è degno d’amore ed è tuo nemico, dovresti amarlo come te stesso." E giunge alla conclusione che il comandamento dell’amore è l’unico ostacolo assoluto contro l’istinto di morte, l’aggressività connaturata all’uomo. Quando in Europa è stato rifiutato con la guerra mondiale poi dal Comunismo sovietico e dal Nazismo si sono scatenate le più spaventose efferatezze. Ancor peggio può accadere oggi in un mondo unificato e sovrappopolato. Per questo è essenziale che i fondamenti della morale dell’amore vengano salvati e conservati ad ogni costo. Essi costituiscono una protezione per tutta l’umanità.

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categorie: cuore di gatto, consigli felini
sabato, 17 ottobre 2009

l'ostilità in uno sguardo

Zoilo il Macedone era tanto Ostile nei confronti di Omero che era chiamato dai Greci "la frusta". Si recò ad Alessandria e recitò al re i suoi scritti preparati contro l’Iliade e l’Odissea. Il re Tolomeo sapeva così dalla "frusta" che il padre dei poeti e capo di tutta la filologia, i cui scritti erano ammirati da tutti i popoli, veniva criticato anche se in sua assenza e, oltraggiato da quello, indignatosi non gli rispose affatto. D’altra parte Zoilo, essendo stato molto a lungo nel regno, schiacciato dalla miseria fece una supplica al re chiedendo che qualcosa gli fosse concessa. Si dice che il re avesse lui risposto che Omero, morto mille anni prima, avesse nutrito migliaia di persone con il suo ingegno ma l'ostitlità e le lamentele di Zoilo non potevano essere ascoltate. La morte di Zoiolo si ricorda si ricorda negli annali in diverso modo da quella che spetta ai condannati per parricidio. Infatti alcuni scrissero che fu crocifisso da Filadelfo, altri che fu lapidato a Chio, altri che fu buttato vivo in un rogo a Smirne. Qualunque di queste esecuzionie sia stata lui concessa risultò una pena giusta per Zoilo che la meritava. I greci affermavano che: "Chi non sembra meritare altro che la critica, il  parere di chi la manifesta deve essere condannato secondo la legge di Alessandria." 

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Freud ha dimostrato che noi siamo responsabili di tutte le nostre azioni, sia quelle compiute in modo intenzionale che quelle involontarie. Sono in collera con uno, mi da fastidio vederlo, però se suona alla mia porta, per educazione - e solo per quella - lo faccio accomodare e gli offro il caffè. Ma poi inavvertitamente lo urto. La sua tazzina oscilla, qualche goccia trabocca e gli macchia l’abito: "Mi scusi, mi scusi!" Il mio gesto era davvero innocente? Non ho manifestato, in realtà, il mio desiderio di non vederlo?  Moltissime azioni rientrano in questa area di confine, dove l’impulso viene tenuto fuori con fatica dalla coscienza, e si fa strada con un lapsus, un gesto sgarbato, una smorfia, lo sguardo vago o inquieto, il tono della voce rude o lezioso. E’ per questo che quando incontro una persona che credevo di certo più vicina, provo un' impressione di disagio, di freddezza, di ostilità. Le sensazioni mi dicono del nostro interlocutore più di quanto possano fare le sue dichiarazioni. L'ostilità professionale come l'irritabilità umana sono come una grande industria. All'esterno i prati sono curati, le strade pulite, non c'è rumore e la gente salutava. Se ne ricava l'impressione di una impresa razionale, efficiente, armoniosa, e con cui si può stabilire un ottimo rapporto di collaborazione. Negli uffici però c'è solo gente silenziosa, cupa, lo sguardo vagante sul computer e le carte che avevano sulla scrivania. Un mondo arido e ostile, insomma. Il leader di una impresa, di una istituzione dovrebbe stare molto attento all'atmosfera che regna attorno a sé. Dovrebbe registrarla, analizzare i comportamenti dei propri collaboratori. Dai gesti dedurre le motivazioni che non dicono con le parolee - che forse non conoscono nemmeno loro - e porvi rimedio. In un ambiente sociale siamo attori del teatro della smorfia, della commedia con le nostre nenie e le nostre parti da soap opera con gossip e sotterfugi. Ognuno di noi in giro per strada, per gli uffici, in casa, al pub inconsapevolmente scruta l’animo altrui perchè deve mettere in scena intenzionalmente il proprio di animo: "Non ti sopporto, allontanati"...basta una sguardo. "Finalmente eccoti, mi sento più comodo ora"...basta un saluto. 

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categorie: sette vite, vita da gatti
giovedì, 15 ottobre 2009

FB, MSN ... R.I.P.

rip_4abd67f2-3af6-4a3b-b2a0-ff0e09bf4cbbA un certo punto la notizia comincia a rimbalzare: è morto quel tizio famosissimo. C’è chi dice ma no, chi dice ma dai, chi dice tristezza, chi dice sti cazzi, chi dice è uno scherzo, chi dice è vero. In un minuto il tuo monitor è pieno di gente che dice qualcosa. Il primo gesto è aprire i siti dei grandi giornali, ma lì ancora niente. Qualcuno se ne rallegra, dice: ci siamo prima noi. Ma il punto non è quello. Le notizie che volano veloci raggiungendo chi non è davanti a un televisore, o a una radio, non sono un novità dell’epoca dei social network. Intanto arriva lo strillo, la scritta in rosso, la foto grande scelta al volo. La cosa si considera ufficiale. Seguono i minuti delle reazioni, e qui c’è il due punto zero. Nessuno chiede più: hai sentito? Chi dà il secco annuncio con 25 minuti di ritardo viene guardato quasi con compassione. Ognuno dice la sua: che roba, che brutto, che storia, chi se ne frega. Ognuno si sente in dovere di commentare, se non altro per dire che quelli che si sentono in dovere di commentare non li sopporta. Non te ne sei nemmeno accorto e siamo già al momento della battuta arguta, dell’aforisma azzeccato, del gioco di parole, della metafora ardita. Non tutti riusciti. Mentre nei giornali si organizzano gli articoli e si raccolgono le dichiarazioni, la rete viene dragata alla ricerca di foto, notizie video. Dopo un’ora hai già visto il filmato commovente che non ricordavi, l’episodio che innescò la polemica, la chicca che non avresti mai nemmeno immaginato e il lato oscuro che tanto farà discutere nelle ore successive. Mentre in milioni tornano a casa per apprendere la notizia dal telegiornale, in parecchi scrivono: ma ancora di questo parlate, che palle. La sera l’argomento sembra quasi digerito: le dichiarazioni delle personalità arrivano quando già sono finiti i giochino del “chissà chi sarà il primo a parlare” e “chissà cosa dirà quello”. I programmi celebrativi provocano un po’ di noia, l’ipocrisia del ricordo è ancor meno tollerata. La mattina dopo, la radio ti sveglia informandoti di un lutto che ti sembra successo da giorni.
Dopo tanti giorni il pensiero magari avrà più effetto dei gruppi su fèisbùk e delle ciarlate su msn
.... Ciao Mike ...
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categorie: sette vite, vita da gatti
mercoledì, 14 ottobre 2009

La ricompensa

macbethShakespeare è un grande conoscitore dell’animo umano e sa che anche fra i malvagi il merito deve essere ricompensato. Nel film di Polansky, Macbeth si appoggia al sanguinario Ross che, come premio, si aspetta un feudo. Ma il re, con noncuranza, lo da ad un altro. Ross passa al nemico e per Macbeth è la fine. Anche Riccardo III, offendendo inutilmente il suo complice Buckingham, perde l’ ultimo alleato e va incontro alla rovina. Ho ricordato questi errori fatali perché tutti indistintamente corriamo il pericolo di non saper ricompensare i meriti dei nostri amici, dei nostri alleati, dei nostri collaboratori e spesso premiamo persone che non lo hanno meritato e, in certi casi, perfino chi ci odia. E spaventoso, ma spesso ci dimentichiamo proprio di coloro che ci sono stati vicini più a lungo, che ci hanno aiutato nei momenti più difficili, che hanno lavorato silenziosamente, con umiltà, con discrezione, senza chiedere nulla, timorosi di darci disturbo. Diamo per scontato il loro affetto, la loro disponibilità ed il loro aiuto e dimentichiamo che avevano bisogni, desideri, ambizioni, speranze che sarebbe stato nostro dovere soddisfare se se fossimo stati riconoscenti, se fossimo stati giusti. Un comportamento tanto più vergognoso perché invece molto spesso finiamo per aiutare individui spregiudicati che ci hanno avvicinato solo per ottenere dei favori e che, appena strappata una promessa di interessamento hanno continuato ad insistere nella loro richieste con arroganza come se quello che chiedevano fosse loro dovuto e noi colpevoli del ritardo. Si, troppo spesso premiamo la voracità e l’improntitudine, e non premiamo in modo dovuto il valore, la fedeltà, la discrezione ed il rispetto. Un altro modo di essere ingiusti l’ho visto in persone potenti che, ossessionate dalla competizione e dalla fretta, nel momento del bisogno chiedono ad una persona di valore di aiutarli, e questa lo fa subito, usa tutte le sue capacità e risolve il problema. Ma appena cessato il pericolo, costoro dimenticano tutto e, sempre in preda alla improvvisazione e alla fretta finiscono poi per ricompensare non lui, ma l’ultimo arrivista che si infila nella loro cricca. Un modo spregiudicato di utilizzare gli uomini che mi fa sempre venire in mente i generali della prima guerra mondiale quando ordinavano quei sanguinosi ed inutili assalti alla baionetta dove sono stati sacrificati milioni di poveri contadini e le migliori intelligenze europee. C’è poi l’errore di chi usa il premio per sedurre il nemico. Non parlo di chi lo compera, lo paga perché tradisca. Ma di chi cede all’illusione che mostrandosi buono, generoso, facendogli dei doni, l’altro cambi idea, si converta, passi dalla sua parte. Un errore che di solito fanno persone con un’alta opinione di sé e che desiderano essere amate da tutti. Ma i nemici non si rabboniscono. Se li tratti bene, se li premi , ti giudicano un debole e ti colpiscono con più forza. Per di più, chi agisce così, mentre rafforza il nemico, getta nello sconforto le persone fedeli che credono in lui e vedono calpestato il più elementare principio di giustizia.

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categorie: sette vite, cuore di gatto
martedì, 13 ottobre 2009

Io e te, la gelosia e il passato

gelosiaQuasi tutti gli studiosi guardano con sospetto e considerano patologica la gelosia retroattiva, la gelosia del passato. Perche' essere gelosi di qualcuno che non ci minaccia piu' che non puo' arrecarci danno? Che cosa ci importa se il nostro uomo o la nostra donna hanno avuto amori e amanti? Perche' ci crucciamo di non essere stati noi i preferiti, gli unici anche nel passato? Una gelosia di questo genere non e' la prova di uno spirito possessivo, di una avidita' infantile? Eppure quando ci innamoriamo vogliamo sapere tutto dell' altro. Gli innamorati passano ore e ore, giorni e giorni a raccontarsi i particolari della loro vita passata. Perche' avrebbero voluto conoscersi da sempre. Ciascuno avrebbe voluto vedere come era l' altro da bambino, adolescente, seguirlo in ogni momento della vita, essere sempre stato con lui. E' un aspetto di una fusione tra anime. Ciascuno cerca di penetrare nell' altro per vedere il mondo con i suoi stessi occhi, per arrivare cosi' a vederlo congiuntamente, ad avere la stessa visione del mondo. In questo aprirsi all' altro ciascuno parla anche delle sue esperienze amorose e l' altro spesso vuole conoscere i particolari: e' qui la radice della gelosia del passato, nell' ossessiva ricerca di una completa conoscenza reciproca. Ma, di solito, questo raccontare non produce affatto gelosia. Anzi la distrugge. Perche' , mentre racconta, l' innamorato toglie valore alle esperienze fatte nel passato. In sostanza dice all' amato: e' succeso tutto questo, ma adesso e' finito, finito per sempre: "Io sono diventato un' altra persona, sono rinato, e ora conti solamente tu." Raccontando il passato, gli innamorati distruggono tutti i vecchi traumi, i vecchi dolori, i vecchi amori e ne emergono liberi e puri. Questo raccontare si muove verso il passato per redimerlo e consente di andare verso il futuro senza legami. La gelosia del passato compare quando non viene compiuto fino in fondo questo processo cioe' quando il nostro amoregelosiaf reciproco non e' sufficientemente vero, sufficientemente forte e fiducioso. Un famoso caso di gelosia del passato e' quello di Sonia Tolstoi. Sonia aveva 18 anni quando ha sposato il grande scrittore che ne aveva 35. Ma Tolstoi non racconta a Sonia la sua vita, non la analizza con lei in modo critico. Pochi giorni prima delle nozze le mette in mano tutti i suoi diari. E lei vi legge con spavento che lui ha dilapidato delle fortune, che ha avuto amanti di ogni tipo, zingare, prostitute, amiche di sua madre, cameriere, contadine che vivono nella loro casa. Ne resta colpita, sconvolta, traumatizzata. Da allora avra' paura del passato del marito, ne sara' gelosa. La gelosia del passato e' il sintomo che noi non siamo riusciti a rinascere nell' amore. Il passato che non e' stato svuotato di significato, che non e' stato redento ci risucchia. Come risucchia il nevrotico, il depresso. Tutti i processi creativi che creano il futuro rifanno anche il passato. Nell' innamoramento, nei movimenti collettivi religiosi o politici noi scopriamo il nostro futuro perche' riguardiamo in modo totalmente nuovo cio' che siamo stati. Allora, solo allora troviamo la liberta' interiore e l' energia straordinaria per rifiutare tutto cio' che ci viene imposto dagli altri, i freni, i doveri, i mille legami con cui la societa' cerca di tenerci ancorati al vecchio. Per questo il nuovo e' sempre conturbante, offensivo. Perche' non indica solo un futuro, costringe a un riesame totale. E la societa' , le istituzioni, io e te: tutti se ne difendono.

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domenica, 11 ottobre 2009

2002 - 2009 ... sette anni ...

68Cosa stavate facendo sette anni fa? Lo so, non è facilissimo. Sette anni fa sembra una vita fa. Se parliamo della vita di una persona, in sette anni può succedere di tutto. Se invece parliamo del mondo, dipende dai casi. Per dire... ne sono successe di cose in sette anni ma sette anni fa il presidente in Usa era Bush e in Italia c'era  Berlusconi senza lodo. Però ad esempio l’Inter era la squadra che non vinceva mai, c’era un altro Papa e un altro presidente della Repubblica. Sette anni fa magari avevate la stessa ragazza o lo stesso ragazzo, vivevate nella stessa casa, facevate lo stesso lavoro o magari no. Dovreste pensarci. Io ci pensavo ieri sera, quando mi sono ricordato di un giorno in particolare di sette anni fa. Sette anni fa dicevo addio ad una ragazza tutta speciale e qulla cicatrice ancora morde livida ma vivace e leggera. Con lei davo l’addio anche alla mia adolescenza, al mio piccolo mondo del mio piccolo paesello ed abbracciavo quell’ideale radicato nella mia famiglia. Sette anni fa di questi tempi rasavo le basette alla Corto Maltese ed abbracciavo una fede che man mano è diventato stipendio, nostalgia di casa, veleno, soddisfazioni, sfottò da servo e successo personale. Sette anni fa e sembra ieri: rivive nel sorriso di Vale, nell’abbraccio di mia madre sulla porta di casa con la valigia in mano, nelle vibrazioni del treno e nella prima lunga nenia della tromba del silenzio. Quella notte di sette anni fa versato l’ultima lacrima di bambino e chiudendo gli occhi ora li riapro: guardo fuori dalla finestra su questo ennesimo orizzonte che la vita che ho scelto mi ha donato volutamente, disgraziatamente. Vorrei strizzare gli occhi ancora, spremere quella lacrima, aprirli e raccontare di altri sette anni. A questo pensavo quel giorno. Domani, fanno sette anni.

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sabato, 10 ottobre 2009

Drive


 
A volte sento la paura dell'incertezza stuzzicarmi in maniera chiara
e io non posso fare niente a parte chiedere a me stesso per quanto tempo ancora lascerò che questa paura prenda in mano il volante e mi guidi.
Mi ha già guidato prima e sembra avere un'incerta caccia dei corpi.
Ma ultimamene sto cominciando a capire che dovrei essere io quello dietro il volante.
Qualunque cosa porti il domani io sarò lì
a braccia aperte ed occhi aperti.
Qualunque cosa porti il domani,
sarò lì, sarò lì...
Quindi se io decidessi di rinunciare alla mia opportunità di essere una comune ape in un alveare, scegliendo l'acqua al posto del vino, tornerei in me stesso e guiderei la mia vita?
Mi ha già guidato prima e sembra essere la via
che chiunque altro prende attorno.
Ma ultimamente sto cominciando a capire che quando guido io
la mia luce è trovata.
Qualunque cosa porti il domani io sarò lì
a braccia aperte ed occhi aperti.
Qualunque cosa porti il domani,
sarò lì, sarò lì...
Sceglieresti l'acqua al posto del vino?
Stringeresti il volante e guideresti?
Qualunque cosa porti il domani io sarò lì...
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categorie: vita da gatti
sabato, 10 ottobre 2009

Certo qualcuno te lo sei portato via

Stranamente sono un appassionato di trailer cinematografici … ma solo di quelli! Di cinema ne sono quanto quel tizio all’ingresso del Cinema di Mirabella. Notte prima degli esami, il trailer ovviamente! L’unica pellicola degli ultimi anni in grado di attingere a finanziamenti pubblici, non pagare l’Ici e contemporaneamente rilanciare il genere fantascientifico. Ma che sigla ha? “Notte prima degli esami”, ovvio!! Film omonimo? No! Perché se leggessimo le strofe del testo di Venditti il film avrebbe più o meno queste scene:

Quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla
Un musical che sfida gli stereotipi sugli extracomunitari incolti, e racconta la storia di un gruppo di clandestini che suonano jazz per le strade della capitale, pronti a scappare con tutti gli strumenti appena spuntano le forze dell’ordine.
Ma come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?

Commedia che strizza l’occhio al pubblico femminile in cerca di storie d’amore a lieto fine, cela in realtà un secondo piano di lettura su uno dei pochi casi di mobilità sociale riscontrati in Italia.
Le bombe delle sei non fanno male

Docu-fiction che ammicca al pubblico giovane e interessato alle sostanze stupefacenti, nonchè agli effetti collaterali che permetterebbero di ingozzarsi senza assimilare zuccheri e grassi.
Tuo padre sembra Dante

Trama ancora da decidere, è già in produzione per cogliere l’onda del successo di Benigni che legge la Divina Commedia.
Le mie mani sul tuo seno, è fitto il tuo mistero

Thriller erotico su un marito infedele che si avventura insieme ad una tipa carrozzata bene, ma che potrebbe riservare una grossa sorpresa. Italianissima, citofonare Ingrid.
Sulle tue cosce tese, chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare

Affresco generazionale sui giovani che scoprono il ritorno alla castità e alla fede spirituale.

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categorie: vita da gatti
giovedì, 24 settembre 2009

Il postino del dolore suona sempre tre volte

IL_POSTINOIl dolore è come il postino: suona sempre due volte. Nel mio caso è un postino che stramaledettamente ha suonato per tre volte. Sto esaurendo o non so più contare il trillo del campanello? No! Io esurisco quando sto per cambiare pelle, quando mi sento sull’orlo del precipio e che puntualemnte corrisponde con l’inizio di una nuova strada un po’ meno in salita della precedente che mi ha portato al precipizio appunto…Ieri il postino ha suonato per la terza volta e mi ha consegnato un pacco di dolori vecchi e se ne è andato. Che vuol dire dolori vecchi? Che il postino del dolore suona subito e poi ripassa. Quella è la volta che piangi sul serio. La prima è d’obbligo: viene a mancare tuo padre, tua madre, perdi un amico, hai una malattia, vieni licenziato. Apri la porta al postino, prendi il tuo bel pacco, lo apri e piangi …sembra finita lì ma invece non è neppure cominciata. Quello è il primo movimento della sinfonia che porterà magari fra qualche anno quella singola nota al gran finale orchestrale. Il dolore è sempre una grandeissima scoperta. Chi abbassa la testa per il dolore appena passato e chi sta leggendo queste righe sa cosa voglio intendere: solo grazie ad un tumore – scusate,passatemela – si è scoperto di avere un corpo. Prima avere un pancreas, un fegato o un cervello era come un diritto tanto naturale come guardare le nuvole. Le nuvole sono lì le guardi in maniera tanto comune da non accorterti della loro esistenza: quelle nuvole sono lì, sono! Sono fatte per te! Ma quando vedi il fumo nero che invade il cielo solo allora hai percezione delle nuvole perché le stai perdendo. Con la malattia è uguale così come i lutti. Le persone se ne vanno. All’inzio è un dolore fulgente come una stella che esplode e svanisce. Poi però inizi a vivere anche senza. Ricominci a guardare il cielo stellato che però ha un buco nero, un vuoto che sai perché è così vuoto. Poi ad un tratto il postino ritorna: è la consegna del secondo pacco. Di colpo lo stesso cielo stellato è vuoto, buio. Fino ad ora sapevi già di non avere più i tuoi genitori, gli amici, tua moglie, tuo figlio così come sapevi di avere perduto l’amore di quella donna e lo sapevi ormai da anni: lei è qui ma non ti vuole più. Il postino consegna il pacco di lacrime vecchie, lo prendi, lo apri ma sai già tutto questa volta: dovresti essere preparato e invece scoppi a piangere. Non è come all’apertura del primo pacco quando a piangere era il cuore. Questa volta a piangere sono i pensieri ammassati con i ricordi: è solo il tuo corpo che come un tronco in balia delle onde. Il cuore è pronto ma la mente quella no…non si ricuce come le ferite in pienodolore petto. Può sembrare la tua notte peggiore ma invece è solo l’aba di una rinascita. Svuotarsi e capolgersi, girarsi e sciaqquarsi un po’ come faceva mia nonna con le damigiane. Le lacrime servono! Servono a liberarsi! Per la cronaca la mia damigiana l’ho sciaqquata ieri, leggendo frasi vecchie di anni, guardando foto d’archivio, pensando a chi ora non c’è o è dall’altre parte del mondo lontano da queste righe. Ho pianto e l’ho fatto impregando la spugna dei pensieri: ho pianto per mia madre che tanto l’ha fatto per me. Ho pianto per questo mondo che a volte è bastardo. Ho pianto per TE che mi scrivi “non lasciarmi” e per me che ti dico “non lasciarmi tu e non lasciarti andare per me” visto che non conosco più le tue labbra e il loro suono. E allora ho stretto forte quella spugna intrisa di lacrime tanto forte da cadere stanco sul mio letto. Senza forze perché non avevo difese questo è vero, perché ho accettato da tempo di non averne così meglio saprò convincermi dell’importanza della prenseza dei miei cari, di me, dei miei amici, di TE e delle nuvole. Davanti l’assenza e la presenza, la vita e la morte non ci sono difese perché Vita e Morte fanno di noi quello che vogliono : l’unica carta che noi possiamo giocare è capire quello che noi vogliamo dalla vita e dalla morte. Io già lo scelto da bambino: voglio accogliere e reggere tutto il buio e tutta la luce, perché solo questo si può fare. Solo così la felicità e il dolore ci porteranno su e giù come una nave in balia dell’oceano. Il dolore insegnerà a contenere ancora più oceano che si restituirà con il pianto. La felicità invece si manifesterà quando nell’oceano di lacrime ci si salverà forti e fermi tra le onde dell’oceano. In fondo resistere al dolore e alla morte non serve a nulla come a nulla servono i viaggi dei miracoli e i lifting: servono solo a resistere al tempo. A che serve resistere se poi non si asseconda il tempo? Non lo so. L’amore che serve per essere felici è l’amore che torna indientro per quello che si da...       
   
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categorie: vita da gatti
mercoledì, 23 settembre 2009

Si fa presto a dire Lol

Credo che ognuno di voi abbia esperienza e coscienza di quanto sia complicato ridere on line. Non nel senso di “trovare cose divertenti”, quello per fortuna succede abbastanza spesso. Intendo proprio il ridere, in quanto spontanea dimostrazione di divertimento. Che on line va però comunicata, quindi codificata. Partiamo loldalla base: non è che la gente rida facendo “ah, ah, ah”. Ma ci può stare. Già “eh, eh, eh” dà più fastidio. Io, ad esempio, ogni volta che scrivo “eh, eh, eh” mi sento immediatamente a disagio. Che è ’sto “eh, eh”, è roba da zio dei fumetti, da anziano in un cartone animato, da personaggio saputello di un romanzo per ragazzi. Che giudizio sto dando del tuo umorismo? Niente “eh, eh, eh”, via. C’è di peggio. Ed è “hi, hi, hi”. Ma veramente c’è qualcuno che nella vita ride: hi, hi, hi? Nel senso che ride come Mutley di Dick Dastardly? Può, essere, boh, fatemi sapere.  E ovviamente, di fronte a questi miseri palliativi è facile esagerare, e scrivere “uahahah” oppure “buahhahah”. Fino ad arrivare a quella roba da nerd come Lol. O Rotfl. O sgaragnus (che ho inventato io adesso, metti che si diffonde, almeno ricordatemi su wikipedia). Oppure, ma bisogna essere giovani o perlomeno giovanili, a quelle emotycon per cui ti spunta una palla che si mette una mano sulla fronte e l’altra la batte a terra con vigore, singhiozzando dal gran ridere. Imbarazzo. Insomma, ridere via chat, messanger e in generale on line, è una cosa tremendamente faticosa, tanto che ti viene da riabilitare quelle semplici faccine con le punteggiature e le parentesi, che sanno di bei tempi andati. Peròimages non è che ci siano molte alternative. Quindi uno abbozza. Solo ad una cosa non mi abituerò mai, tanto è vero che cerco di evitarla. Non so se vi è mai capitato di lavorare in un open space, o comunque in un ufficio con più persone nella stessa stanza, e di avere sul messenger qualcono di loro, o tutti. Beh, se vi è capitato, saprete che alla fine è normale parlare con qualcuno di loro non a voce ma via pc, per dirsi qualcosa che non volete dire a tutti, per non disturbare per mille motivi. Anche in queste conversazioni, capita di dire qualcosa di divertente. E capita di leggere in risposta “ah, ah”, “ahhaha”, oppure “bhuahahahahaha”. Ecco, se posso darvi un consiglio: non alzate mai la testa per vedere che espressione della faccia corrisponde nel chattante a quell’incredibile esplosione di entusiasmo. Io l’ho fatto, parecchie volte, con persone diverse. E vi assicuro che molto spesso, mentre scrive “uahahahahahahah”, il vostro interlocutore ha al massimo una piccola contrazione del viso, come una specie di sorriso. Può fare una certa impressione.

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categorie: sette vite, vita da gatti
martedì, 22 settembre 2009

Daniela vs Burqa

santancheDaniela Santanchè, quella che "Le donne devono stare a casa a far da mangiare!", ne ha combinata un'altra. Sull'onda emotiva della tragedia di Saana, ha ben pensato di recarsi alla Festa Islamica di Milano per la fine del Ramadan a protestare contro l'uso del Burqa: sembra che abbia provato più volte a strappare di dosso tale abito ad alcune delle donne Musulmane, ricevendo in cambio (tesi smentita dalla Comunità Islamica) insulti ed Uppercut alle Costole da un tizio con il braccio ingessato. Oddio, però a pensarci bene un po' mi romperebbe le palle se dopo un mese di digiuno piombasse nella festa che sancisce la fine del sacrificio un'invasata isterica, che si fa largo tra la folla urlando, con cartelloni di protesta e strappando Burqa a destra e a manca. E poi come mai c'era già pronto un Cordone di Polizia in tenuta antisommossa con il compito di proteggerla? E come mai nessuno dei tanti cameraman e fotografi è riuscito ad immortalare il Montante alla Santanchè? Daniela Santanchè ha definito il Burqa "un'umiliazione per le donne". Non lo so se abbia ragione o meno, le variabili da esaminare non sono poche. Di certo questo modo di fare, di ricorrere a sovraeccitazione, scontri e luoghi comuni è il peggiore degli approcci. Una certezza però ce l'ho: lei, con la sua incoerenza marcita in sottomissione - prima era tutto un "Non votate Berlusconi, vede le donne in posizione orizzontale" o "Tanto io non gliela dò!" - ma dopo un anno ed una nuova posizione ecco arrivare i "Berlusconi è un Genio", "Un Leone", "Il Migliore di tutti", "Meglio ritornare dal Cavaliere" - il Peggio di Daniela - Attacchi alle Donne di Papi. Lei, con quel continuo ricorsoburqa all'insulto, all'infamia, al pettegolezzo gridato. Lei, che da grande Paladina dei diritti delle donne di questa ceppa non è stata capace di dire una sola parola sull'uso che il Premier ha fatto del gentil Sesso, tra "Posso palpare la Signora?", Cooptazioni Sessuali Plurime e Stoccaggi nelle ville papali di "Grossi quantitativi" di materiale femminile. Lei, con quel burqa facciale di Silicone che deforma ogni sua parola ed emozione, fiera di mostrare seni e labbra gonfi di chimica, incapace nell'accettare lo scorrere del tempo, il suo corpo, la sobrietà e la sensualità di una forma tenuta nascosta. Ecco, se proprio devo trovare un'Umiliazione al Genere Femminile, mooolto prima dei Burqa guarderei all'esempio che la Santanchè sta dando a milioni di donne.

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categorie: sette vite, cuore di gatto
lunedì, 21 settembre 2009

“Mi piace questo elemento”: odio Face Book!

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Ogni tanto uno trova in giro delle frasi apparentemente scontate, ma evidentemente non così condivise, almeno nella pratica quotidiana. Non so voi, ma io non conosco nessuno che entri in un bar all’ora della colazione e cominci a gridare cose tipo “tutti quelli che mangiano il cornetto a colazione sono dei mentecatti”. Cioè, qualcuno ne conosco, ma di solito dormono sotto i portici o in stanze imbottite; diciamo che mi aspetto che la persona media si renda conto che non è esattamente la cosa più rispettosa da fare in un contesto sociale. Inoltre, la maggior parte delle persone che conosco, avendo una certa cura della propria incolumità, tendono a evitare di recarsi in una trattoria per camionisti all’ora di pranzo e gridare che tutti i presenti non capiscono un cazzo, a frequentare una bettola del genere. E’ curioso invece quante persone ritengano perfettamente accettabile fare le stesse cose su Internet, senza porsi minimamente il problema che condannare un ambiente o un comportamento in base al fatto che personalmente non lo si frequenta/adotta, potrebbe essere un tantino offensivo per chi legge e quegli ambienti e comportamenti frequenta con soddisfazione. Poi, di contro, c’è tanta gente che invece applica una rigorosa forma di rispetto democratico delle opinioni altrui se altrui sta su internet, ma poi non fa altro che denigrare e sbeffeggiare gente che ne sta fuori. Non se ne esce.

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categorie: sette vite
lunedì, 21 settembre 2009

Cosa si prova?

reporter_guerra01gCi sono momenti in cui ti sembra che certe indignazioni siano tutte tue o di un ristretto gruppo di persone che frequenti. Momenti in cui scopri che avvenimenti, dichiarazioni e leggi che tu e altri ritenete soprusi insopportabili, gaffes memorabili, atrocità mentali indifendibili, in realtà alla “maggioranza silenziosa” sembrano cose assolutamente normali, sempre ammettendo che se ne siano accorti. C’è un’indignazione che mi sembra trasversale: è quel fastidio che si prova vedendo i giornalisti mandati, in caso di omicidi, stragi, incidenti, terremoti, tragedie varie a mettere un microfono sotto il naso di un sopravvissuto o di un parente di una vittima per chiedere “Cosa si prova in questo momento?” Quel fastidio io l’ho trovato nei blog, sui giornali, nelle case in cui mi è capitato di vedere un tg, sui treni, nel giudizio sprezzante di una barista con il televisore acceso su un programma mattutino. Se è un fastidio così diffuso, perché nessuno di quelli là sopra prova a fare un tentativo, cambiando procedure alla prossima tragedia? Non dovrebbe essere difficile: si mandano i giornalisti, si girano dei servizi, si ascoltano gli esperti e le autorità. E poi, nell’intervistare la gente comune, si mandano in onda le risposte, tagliando su quei secondi penosi in cui l’intervistato non dice più nulla, ma la telecamera indugia, aspettando che scoppi in lacrime. E soprattutto, si evitaCosa si prova? quella domanda: “cosa si prova?”. Si potrebbe fare un tentativo, appunto. E vedere come va. Magari poi gli spettatori mandarebbero mail di protesta, fax, e-mail, contenenti frasi tipo: “Ehi, ma dove stanno quelli che piangono? Io voglio vedere quelli che dicono cosa si prova quando ti è crollata casa o quando il vicino ti ha ucciso due figli!”. Magari calerebbero gli ascolti (e allora sì, scusateci tanto). Però si potrebbe fare un tentativo. Perchè se non si prova ad evitare nemmeno un fastidio che appare tanto diffuso, allora cosa si prova?

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categorie:
sabato, 19 settembre 2009

Non ci sono più, gli anziani di una volta!"

anziani_0Ore 20:00 - sabato pomeriggio fiorentino. Fuori quasi piove e cadono sulla mia macchina gocce pesanti come sassi. Sono fermo al semaforo, mi guardi intorno. Un signore, sui 70 anni o forse più, vestito nè troppo bene nè troppo male. Ha i capelli bianchi, un cappello in testa, un guibbetto, gli occhiali, una faccia pienotta, le spalle larghe. Te lo vedi con le mani dietro la schina a guardare i cantieri o al bar a giocare a briscola, con altri anziani a lanciare le bocce o a sfogliare il giornale dicendo: "che tempi brutti che sono, che brutta gente che c’è, e i giovani d’oggi, quanto sono maleducati i giovani d’oggi, eh? Non ci sono più, i valori di una volta." Inizia a piovere... Lo vedi avvicinarsi con passo sicuro ad un manifesto elettorale rimasto indenne, sul quale spicca la faccia di una giovane donna candidata alle elezioni comunali  a Firenze appena passate. Ci arriva vicinissimo, quasi volesse guardare meglio la faccia di quella ragazza, coi suoi occhi stancati da tante primavere e dalle brutture di questi tempi così maleducati. Poi, con gesto sicuro e rapido, tira fuori una penna dal taschino e dipinge sulla bocca della giovane donna candidata un pene, di quelli stilizzati che si vedevano sui bagni delle scuole. Tre tratti decisi, un pisello, due palline ai lati. Naif, ma comprensibile. E perfettamente posizionato sulle labbra della giovane donna candidata. Senza nemmeno rimirare compiaciuto la sua opera, l’anziano signore se ne va, tutto questo mentre scatta il verde, io riparto e la gente intorno scappa bagnata da questa pioggia sempre più forte.
Dallo specchietto guardo il writer: "Non ci sono più, gli anziani di una volta!"

postato da tredicem alle ore 20:21 | link | commenti (2)
categorie: firenze
venerdì, 18 settembre 2009

Quel bastardo si è fatto espellere…

marco_materazzi_1152614524_1182999Questa notiziola mi sembra una cosa così assurda, nonché un segnale così grave per la libertà di satira e di espressione, che spero che sia uno scherzo. Marco Manetti dei Manetti Bros,  durante la conferenza stampa di presentazione della nuova serie de L’ispettore Coliandro, ha dichiarato che c’è stata una querela nei confronti della fiction da parte di Materazzi. Leggevo sul Corriere che: «Materazzi se l’è presa perchè in una puntata della scorsa serie, un personaggio che gioca al Fantacalcio perde per colpa sua» hanno raccontato i due registi alla presentazione della terza stagione che andrà in onda da martedì primo settembre su Rai2 . La puntata inispettore_coliandro_frt4111 questione si intitolava «Mai rubare in casa di ladri» e pare che la querela sia partita per la battuta di uno dei protagonisti: «Pure stavolta s’e’ fatto espellere». Materazzi ha chiesto un euro per ogni spettatore calcolato dall’Auditel per quella puntata. Aggiornamento: mi dicono nei commenti che in realtà la frase era “Quel bastardo si è fatto espellere…”. Io non avrei querelato lo stesso, ma per correttezza dico che mi sembra leggermente meno assurdo.


 
Cosa dovrei dire allora proprio io per tutte le volte che ho perso al fantacalcio con lui in difesa? 

postato da tredicem alle ore 18:07 | link | commenti
categorie: sette vite, vita da gatti

Chi sono

Utente: tredicem
Nome: Giggino
Non considerate questo pamphlet come la consueta raccolte di memorie. E’ solo un flusso nudo e crudo di pensieri. Non ho obblighi nei confronti di nessuno. Le critiche sono benvenute, anche se nella maggior parte dei casi non saranno nemmeno prese in considerazione!

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